“Capezzolis Paralelis”


 

La scorsa settimana Instagram ha disabilitato l’account di CHEAP e, nonostante la mobilitazione legale e il sostegno degli utenti, i giorni passano e tutto tace. Al collettivo, che dal 2013 si occupa di public art, è stata presumibilmente contestata una “violazione delle linee guida per il nudo”, anche se la foto incriminata – parte degli scatti realizzati sui manifesti della serie Her Name is Revolution – era stata a priori “autocensurata” proprio per evitare eventuali ripercussioni sul profilo social.

Il corpo delle donne ritorna ancora una volta ad essere protagonista di censure algoritmiche illogiche, che travalicano totalmente i principi che dovrebbero stare alla base delle linee guida per la community.

«Facciamo delle eccezioni per consentire la nudità in determinate circostanze, incluso quando c’è un chiaro contesto artistico» aveva dichiarato il social network all’Associated Press lo scorso agosto, in occasione dell’uscita di Madres Paralelas. “Incluso”, dicono, facendo intendere che vi possano essere altre eccezioni oltre a quella artistica, come – ipotizziamo e fantastichiamo, naturalmente, perché la censura attuata da Instagram è il più delle volte fuori da ogni logica – la libera espressione politica o di informazione.

La foto di CHEAP era accompagnata da una riflessione sul diritto all’aborto, una tra le tematiche abbracciate dal progetto fotografico dell’artista Rebecca Momoli, interamente incentrato sul tema della maternità contemporanea. Il poster realizzato dall’artista Javier Jaen per Madres Paralelas ritraeva un capezzolo femminile e una goccia di latte, simbolo dell’allattamento e dunque della maternità che accomuna le due protagoniste del film. La polemica nata a seguito della rimozione del manifesto ha rimbalzato fin da subito sui quotidiani, generando imbarazzo e portando il social media a porgere delle scuse e a ripristinare il post.

Quale sia dunque il criterio secondo cui alcune opere possano essere condivise ed altre no rimane un mistero. A seguito delle innumerevoli figuracce – oggi parliamo di CHEAP e Almodovar, ma potremmo passare ore ad elencare casi di artisti, musei e professionisti censurati per aver condiviso opere considerate non in linea con il regolamento del social – non sarebbe ora di far pace con i capezzoli e, più in generale, con la libera espressione dei corpi e dell’arte?

Nella speranza che presto possa ottenere una riattivazione del vecchio profilo sosteniamo CHEAP e la sua nuova pagina su Instagram: @cheappublicart

Per approfondire la notizia: https://bit.ly/3HUbOyb


Scopri le altre vignette della serie Art & Humor disegnate da Enrico Ledda per ZìrArtmag

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