Věra Chytilová

Arte e Femminismo | “Le margheritine”: la femminilità è rivoluzionaria?


Le margheritine, pellicola simbolo del movimento cinematografico Nová vlna (in italiano “Nuova Onda”), girato nel 1966 dalla regista cecoslovacca Věra Chytilová, è rivoluzionario sia nella forma che nei contenuti, osteggiato e bandito dal partito comunista cecoslovacco per “gli sprechi (di cibo) rappresentati al suo interno”; motivazione di cui lo stesso film si fa beffe con una dedica finale “[…] a quelle persone che si indignano solo per una lattuga pestata”.


le margheritine
Věra Chytilová, Le margheritine, 1966

 

La portata satirica e critica del film, la quale costerà alla regista un bando da parte del governo che le impedirà di lavorare fino al 1975, va in realtà ben oltre gli sprechi alimentari e si collega direttamente all’ondata riformatrice inaugurata dal segretario del partito comunista cecoslovacco Alexander Dubček che avrebbe portato nel 1968 alla Primavera di Praga e alle sue istanze liberalizzatrici, tendenti verso un “socialismo dal volto umano”, secondo la definizione dello stesso Dubček.

In questo mondo tutto è corrotto. […] Sai una cosa, se tutto è corrotto allora saremo corrotte anche noi”.

Con questa frase pronunciata dalle due protagoniste, entrambe di nome Marie, si apre la pellicola fornendo quella che è a tutti gli effetti una dichiarazione politica e di poetica. Il termine “corrotto”, da intendersi come sinonimo di “decadente”, fa riferimento a quel tipo di decadenza morale di stampo borghese osteggiata dai regimi sovietici, spesso associata alla sfera delle libertà personali e sessuali, che invece il film vuole rivendicare, contrapponendo la “corruzione” frivola e innocente delle due protagoniste a quella politica e colpevole dei responsabili delle istituzioni.


le margheritine
Věra Chytilová, Le margheritine, 1966

 

Le due Marie ci appaiono fin da subito in una veste giocosa. Le vediamo con dei graziosi costumi da bagno mentre prendono il sole, si muovono a scatti cigolando come delle marionette; una delle due indossa una coroncina di fiori e dice: “Sembro una bambolina? Sono una bambolina”.

Durante il film le ragazze si ritrovano in un susseguirsi di situazioni sconnesse: giocano, scherzano, seducono uomini più grandi di loro per poi abbandonarli su dei treni in partenza, disturbano il pubblico durante uno spettacolo in stile anni ’20, bevono e mangiano di tutto. L’atteggiamento frivolo delle protagoniste diventa affermazione di una libertà individuale che irride la seriosità delle società di stampo sovietico e che influenza anche la forma cinematografica.


le margheritine
Věra Chytilová, Le margheritine, 1966

 

 

La pellicola è infatti caratterizzata da un divertito eclettismo: montaggi alternati di oggetti, natura, animali, insetti; il colore della pellicola che vira in gradazioni diverse, dall’effetto Pop, che ricorda le serigrafie di Andy Warhol; una soggettiva di un treno in corsa in toni psichedelici ed infine la pellicola che, durante un gioco con delle forbici tra le due Marie, si tagliuzza, spezzetta e ricompone. Un collage dadaista di immagini e stili che prende le distanze dalla rigidità del cinema di propaganda, espressione di uno sguardo individuale, soggettivo e mutevole.

A rendere il film ulteriormente rivoluzionario contribuisce il punto di vista femminile, generalmente ignorato nel mondo del cinema, che diventa tematica centrale per i registi della Nová vlna, in netto contrasto rispetto al ruolo delle donne nelle società cecoslovacca del tempo. È inoltre molto presente il tema della sessualità, una sessualità spesso giovanile, libera e scanzonata, eco delle istanze riformatrici e di un desiderio condiviso di maggiori libertà personali portato avanti in particolare dalle nuove generazioni; ne è un esempio oltre a Le margheritine anche il film del ’65 Gli amori di una bionda, di Miloš Forman.


le margheritine
Věra Chytilová, Le margheritine, 1966

 

Un’attenzione per la “femminilità” che denuncia l’effettivo maschilismo delle società sovietiche e, a dispetto di una parità di genere solo formale, esalta un’immagine della donna svincolata da quella proposta dalla propaganda di regime, la donna emancipata esclusivamente in quanto lavoratrice. L’atteggiamento libertino e caoticamente distruttivo delle due Marie sconvolge e ridefinisce gli usi e i costumi del tempo e le loro figure eteree e floreali sembrano imparentate con lo stile degli hippie americani.

Un intreccio di rivendicazioni e di provocazioni che si esplicitano con forza nella scena conclusiva, nella quale Marie I e Marie II si intrufolano in uno stanzone in cui è stato allestito un sontuoso banchetto, probabilmente destinato a dei funzionari del partito. Le due ragazze divorano ogni pietanza e devastano la tavola imbandita per poi, una volta terminato il loro gioco, riordinare i resti del banchetto apparecchiando i cocci dei piatti e i rimasugli di cibo avanzati. Tramite questa scena il film irride la formalità del potere e la pretesa di nascondere il dissenso e il disagio sociale dietro una facciata austera, mostrandone allo stesso tempo l’opulenza nascosta.


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