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Marina Abramovic | Le performance dell’artista dopo la separazione con Ulay


I understood that… I could make art with everything… and the most important [thing] is the concept. And this was the beginning of my performance art. And the first time I put my body in front of [an] audience, I understood: this is my media”

 

1988. L’incontro sulla Muraglia Cinese tra Marina e Ulay suggella il loro addio definitivo: i due sarebbero partiti dai lati opposti della Muraglia e si sarebbero reincontrati al centro, dopo giorni di cammino estenuante. Il loro incontro fu anche filmato e divenne un documentario prodotto dalla BBC e narrato dai due protagonisti stessi, The Great Wall: Lovers at the Brink. Un progetto durato 8 mesi di preparativi e 3 di viaggio, in cui Ulay si innamorò dell’interprete che li accompagnava fino avere una figlia con lei. A quel punto Ulay chiese a Marina “Che cosa devo fare adesso?” e lei gli rispose “Non lo so, ma io me ne vado”.

La separazione artistica con Ulay portò Marina Abramovic a concentrarsi sulla carriera in maniera massiva e costante, cercando di allontanare il dolore per la perdita del suo compagno di vita e lavoro. Il tutto reso più difficile dal fatto che Ulay aveva portato con sé tutto il materiale relativo ai loro 12 anni di carriera passati insieme, che Abramovic riprese solo nel 1999 dopo aver comprato l’intero archivio.



L’artista inizierà a fare un lavoro di pulizia psicologica avvicinandosi al mondo dei cristalli e delle pietre dure. Creerà installazioni nuove posizionando cristalli e minerali in spazi comuni in modo che il pubblico potesse provare quello che lei stessa aveva sentito durante il suo personale viaggio sulla Muraglia Cinese: li chiamerà oggetti transitori, un’unione tra la body art e la land art. Per i successivi sette anni produrrà una serie di oggetti transitori con la speranza di venderli, facendo anche diversi viaggi in Brasile per recuperare i minerali necessari.

Negli anni ‘90 realizzò una trilogia di performance inedite: Cleaning the mirror I, II e III (1995).  Nel primo episodio puliva con una spazzola e acqua saponata un modello di scheletro, nel secondo episodio restava sdraiata nuda con lo scheletro steso su di sé con un’espressione di serena concentrazione, il respiro che faceva muovere lo scheletro, come se fossero quasi un’unica entità, e nel terzo stava seduta a un tavolo con le mani tese pronte a ricevere gli oggetti che le venivano portati da un assistente.

Il messaggio che desidera lasciare al pubblico, attraverso un semplice schermo (la performance era registrata) è semplice: man mano che lo scheletro viene pulito e viene portato ad essere tutt’uno col corpo vivo di Marina il divario tra vita e morte si assottiglia, fino quasi a scomparire. Questo perché tutti prima o poi siamo destinati alla morte, anche se cerchiamo in tutti i modi di controllare e dilatare il tempo.

Un’altra celebre performance fu The Onion (1996) in cui Marina Abramovic mangiava una grossa cipolla davanti alla telecamera lamentandosi della sua vita frenetica e piena, le unghie laccate di un rosso vivo. Una cantilena lunga, detta tra i morsi, che lamenta i suoi mille impegni e la difficoltà a capire cosa c’è oltre di noi, in netto contrasto con il dolore e la difficoltà che traspaiono dal suo vivo: un’azione che diventa una sorta di rituale mistico che fa riflettere su quanto spesso ci lasciamo sopraffare da tutto quello che ci circonda.

Per i suoi cinquant’anni festeggiò con una retrospettiva allo Stedelijk Museum di Gand, un grande evento a cui partecipò anche Ulay. Durante la festa venne servita una torta a forma di Marina e Petar Cukovic, direttore del Museo Nazionale del Montenegro, le chiese di rappresentare la Serbia e Montenegro alla Biennale di Venezia del 1997. Quell’anno, nonostante la perdita del finanziamento Germano Celant, direttore della Biennale, diede loro lo scantinato del padiglione centrale dei Giardini, non soggetto ad alcun criterio nazionale. Qui condensò tutte le idee su cui aveva lavorato dopo la rottura con Ulay: propose Balkan Baroque, una performance composta da un video in cui comparivano le interviste fatte ai due genitori e da un mucchio di 300 ossa di mucca da pulire. Per sette ore al giorno moltiplicate per quattro giorni Marina Abramovic pulì le ossa in maniera maniacale con una spazzola e un secchio d’acqua, piangendo e cantando canzoni folkloristiche. Tutto l’insieme evocava l’oscenità e la brutalità della sua patria durante la guerra e il suo tentativo simbolico di scontare una punizione simbolica per i peccati. Non fu facile sopportare l’odore i giorni successivi.

 

 

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Il 2004 fu un anno importante per Marina: decise di riproporre una rivisitazione delle sue performance in modo da garantire all’arte performativa di essere ricordata e di poter essere riproposta da artisti che avessero l’esperienza necessaria per poterlo fare, come la Abramovic fece con alcuni artisti (Seven easy pieces). Idea che verrà poi implementata dopo il suo sessantesimo compleanno, data in cui decise di ristrutturare un vecchio edificio a Hudson per farlo diventare il Marina Abramovic Institute. Questo spazio voleva diventare uno spazio destinato a seminari, mostre, residenze d’artista ed eventi mirati a preservare la performance art e farla conoscere alle nuove generazioni.

In questi anni farà altre performance, come la celebre The artist is present (2010), in cui fasciata in un bellissimo vestito da sera rosso vivo è seduta a un tavolo con la sedia vuota davanti, mettendo ancora una volta alla prova il pubblico e i limiti che questo avrebbe superato. La performance durò 736 ore, una scelta tattica nata dalla convinzione che la dilatazione del tempo avrebbe portato a un maggiore coinvolgimento del pubblico: incontrò più di 1000 sguardi, alcuni dei quali si commossero davanti all’aura emanata dall’artista, dimostrando ancora una volta quanto il contatto affettivo che l’uomo cerca è continuo. La performance fa parte di una retrospettiva organizzata al MOMA di New York con una riproposta delle sue performance più intense.


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Marina Abramovic, The Artist is Present, 2010 | Ph. credits: Andrew Russeth (Fonte: Wikimedia)

 

Molte sono le opere che la Abramovic ha creato nella sua lunghissima carriera artistica (e ancora tante ne ha da fare): quelle qui raccolte sono solo alcune, forse quelle più potenti e mistiche, portatrici di significati forti e ancestrali. La sua grandezza come artista è stata dimostrata anche dalle retrospettive che sono state fatte negli anni, ultima quella a Firenze (Palazzo Strozzi, 2018) e un documentario uscito nel 2012 e firmato da Matthew Akers. Nel 2016 uscì anche l’autobiografia Walk Through Walls. A Memoir. 

Marina Abramovic porta con sé un’aura mistica, capace di attrarre gli spettatori in un loop emozionale da cui fanno fatica a staccarsi: le sue performance entrano nel cuore e difficilmente non lasciano un segno.


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