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La pelle della pittura | Nicola Samorì in mostra a Palazzo Fava con “Sfregi”


Ogni volta che viene realizzata, la pittura è un atto di sepoltura: allo stesso tempo, qualche cosa si rivela ai nostri occhi, qualche cosa si nasconde. Le mie operazioni permettono di vedere ciò che non è visibile in superficie | Nicola Samorì

 

Classe 1977, forlivese di nascita, Nicola Samorì si diploma all’Accademia di Belle Arti di Bologna e, ben presto, i suoi lavori ricevono importanti riconoscimenti a livello internazionale. Artista in grado di orientarsi perfettamente tra diversi medium artistici, Samorì prende come punto di riferimento i grandi maestri del Cinquecento e del Seicento, copiando minuziosamente le loro opere, ma reinterpretandole in chiave moderna. Le sue opere sono l’incarnazione perfetta dei grandi turbamenti che agitano lo spirito del nostro secolo. Bologna ospita la sua prima antologica in Italia, nelle sale di Palazzo Fava: Sfregi, inaugurata l’8 aprile da Genus Bononiae, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna.


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Nicola Samorì, Lieto fine di un martire, 2015 – Courtesy Monitor, Roma-Lisbona

 

In attesa della tanto anelata riapertura dei musei, è stata data la possibilità, ai più curiosi, di visitare la mostra attraverso due tour virtuali: il primo accompagnati dall’artista e il secondo dai due curatori, Alberto Zanchetta e Chiara Stefani. Il percorso espositivo comprende ottanta opere che coprono un arco cronologico di circa vent’anni. I lavori dell’artista instaurano un perfetto dialogo con le opere preesistenti nelle sale dello storico palazzo, innescando continui rimandi ai preziosissimi fregi dei Carracci e dei loro allievi, che decorano le pareti del Piano Nobile. Il percorso espositivo è ulteriormente arricchito dalla presenza di alcune opere provenienti dalla collezione della Fondazione Carisbo, come la Maddalena Penitente di Canova o i ritratti di Annibale Carracci.

Le opere di Samorì, sempre in dialogo con lo spazio circostante, innescano un cortocircuito di sguardi, in un rimando ideale e continuo alle opere del passato. L’intero progetto espositivo è stato pensato dall’artista esclusivamente per il palazzo che lo ospita e prevede un viaggio attraverso le opere più esplicative della sua intera produzione. Samorì è certamente un artista eclettico e poliedrico: già dai primi anni della sua formazione all’Accademia, emerge la sua poetica di “fustigazione” della pace delle immagini. Quest’ultima diventerà poi il cardine della sua intera produzione, che nel tempo cambierà e maturerà grazie alla sperimentazione di nuove tecniche. Quella che ad un primo sguardo può sembrare una ferita, una sottrazione, uno sfregio appunto, per Samorì è un atto taumaturgico: le sue azioni sono il frutto di un sapiente lavoro di mano e di bisturi, attuato con estrema attenzione e premura, che permette all’occhio altrui di vedere oltre la pelle della superficie.


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Nicola Samorì, Sofonisba, 2018

 

Samorì è perfettamente in grado di padroneggiare diversi medium, dall’incisione alla scultura, ma, dopo varie sperimentazioni, torna sempre a quello da lui prediletto: la pittura ad olio. Secondo l’artista, l’olio è un ingrediente insuperato nella pratica artistica, se si vuole parlare di “pelle e carne”: la sua consistenza e la sua composizione chimica, gli permettono di raccontare qualcosa di inedito, di andare oltre la pellicola della pittura fino alle sue viscere, grazie alla sua capacità di lasciarsi modellare e modificare da altri oggetti, o dalle sue stesse mani. Sofonisba, un’opera del 2018, è particolarmente esplicativa per la comprensione dell’opera di Samorì. Su un supporto di rame, l’artista realizza il ritratto con la pittura ad olio; successivamente, con un minuscolo bulino, solleva delle delicatissime porzioni di materia, talmente sottili da sembrare capelli, a partire dal basso, fino ad arrivare alla caruncola lacrimale. Quello che potrebbe sembrare verosimilmente un atto distruttivo nei confronti dell’opera è, al contrario, un atto di cura, realizzato con la mano ferma e sicura di un chirurgo che salva una vita. È grazie allo sfregio che ciò che è celato sotto la superficie della pittura viene svelato; e questo universo nascosto può divenire davvero sorprendente, una volta scoperto.

In Anulante, Samorì compie un’azione molto più estrema: non si limita più ad utilizzare piccoli oggetti di precisione ma, con una grande lastra, va a sollevare più strati di superficie pittorica. In questo caso, la pelle della pittura diventa un tutt’uno con la pelle del soggetto raffigurato: la fedele riproduzione del San Sebastiano di Guido Reni. Sono tutti tentativi dell’artista di andare oltre la pelle della pittura, scarnificandola fino ad arrivando al suo scheletro. Tra i medium sperimentati da Samorì, l’affresco è quello che ha incluso relativamente tardi, per la difficoltà che, in un primo momento, riscontrava nel suo trattamento; non riusciva, infatti, a trattarlo come la pittura, almeno fino a che non si è cimentato nello strappo.


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Nicola Samorì, Anulante, 2018, olio su rame, 70×50 cm © Monitor, Roma / Lisbon / Pereto

 

Lo strappo diventa così l’equivalente del gesto che scarnifica la superficie della pittura, è come strappare la pelle del muro. Così, Samorì esegue una serie di strappi consecutivi, fino ad arrivare alla nuda calce, ciò che per lui equivale allo scheletro dell’opera, alla sua vera essenza, invisibile in superficie. Le opere dialogano con gli affreschi di Palazzo Fava, ma non solo: dialogano anche tra loro. È il caso di Sfranto e Malafonte: una scultura in legno di noce, appesa come un corpo senza vita, posta in un  dialogo frontale con il gigantesco affresco. Nessuno dei personaggi di Samorì guarda mai lo spettatore: tutti rivolgono idealmente lo sguardo verso l’alto, verso quel piano superiore affrescato dai maestri del passato, creando così un dialogo costante tra le opere d’arte moderna e quelle contemporanee. Con Illeso, Il Cavacarne e Lieto fine di un martire ci troviamo nel vivo della piena poetica di Samorì, dove i corpi che si spellano e si contorcono creano un parallelismo tra la pellicola sollevata della pittura e la pelle della viva carne. Lasciate le monumentali opere del Piano Nobile, è possibile ammirare, al piano superiore, opere di formato più ridotto, in un contesto più intimo.

Nel Ritratto di Mussolini, si compie un processo inverso: invece di trattare amorevolmente il soggetto, come accade nelle opere di Samorì che vedono protagonista Santa Lucia, l’autore compie un vero e proprio attentato agli occhi con la punta di un coltello, come in una sorta di damnatio memoriae. Ogni lavoro dell’artista trova e segue le proprie regole: è per questo motivo che nessuno dei suoi pezzi è simile ad un altro. Non esiste nemmeno un codice preciso e stabile con cui cercare di interpretare le sue opere, quasi come se esse prendessero vita in maniera autonoma. La monumentale esposizione di Palazzo Fava, vuole essere un riconoscimento alla carriera dell’artista, con una selezione di opere esplicativa dell’intero percorso creativo. Le opere di Nicola Samorì hanno il potere di far riflettere ed emozionare, attraverso il potere taumaturgico dell’arte: caratteristica di cui, oggi più che mai, abbiamo tutti bisogno.


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