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Massiel Leza | Intervista all’artista del 13° Spazio del Nuovo Forno del Pane


Nata a Madrid e vissuta in Colombia per buona parte della sua vita, Massiel Leza cresce circondata dal realismo magico e si avvicina al mondo dell’arte fin dalla più tenera età. Gli studi artistici intrapresi dopo la Laurea in Giurisprudenza la portano in Italia, e più precisamente a Bologna: rimasta affascinata dalla città, dopo l’esperienza Erasmus presso il DAMS l’artista decide di proseguire la sua formazione con un biennio specialistico in Pittura all’Accademia di Belle Arti.

Massiel indaga costantemente il concetto di identità, in tutte le sue possibili forme. L’avevamo conosciuta durante il lockdown della scorsa primavera ed è stato un piacere aver potuto scambiare quattro chiacchiere con lei: in questa intervista ci parla del suo percorso artistico ma, soprattutto, ci racconta dell’esperienza che sta vivendo come artista residente del Nuovo Forno del Pane, progetto al quale partecipa come vincitrice del 13° Spazio, a cura di Federica Patti.


Ciao Massiel, benvenuta nel salotto di ZirArtmag! Raccontaci un po’ di te: qual è stata la tua formazione e in che modo hai mosso i primi passi nel mondo dell’arte?

Ciao, grazie per l’invito. Comincerei dal raccontare che sono un avvocato, mi sono laureata in giurisprudenza e poi ho lavorato nel mio Paese, ma fin da piccola sono stata molto legata al mondo dell’arte quindi ho cominciato a disegnare, poi all’età di 11 anni ho cominciato a dipingere all’olio. Ho sempre dipinto e ricreato la mia realtà attraverso la pittura e la poesia; a metà di quel percorso ho cominciato a studiare arte all’accademia di Bogotá, nel 2017 ho fatto l’Erasmus al DAMS dell’Università di Bologna e poi, essendomi perdutamente innamorata di questa città, ho deciso di tornare e attualmente frequento il biennio in pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna.


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Vista sul 13° Spazio del Nuovo Forno del Pane – Courtesy of the artist

 

Che tipo di ricerca caratterizza la tua produzione e che cosa influenza maggiormente il tuo immaginario e la tua pratica artistica?

Una parola che possa radunare quello che faccio è “l’identità”: quella di genere, quella politica, quella sociale. Nella mia ricerca e nella mia produzione provo a capire le cose che mi colpiscono attraverso il transito, il movimento; cerco una sorta “liquidità” nelle strade e nelle ricerche da fare. Mi piace l’idea di non arrivare ad una meta fissa, cioè le opere e i percorsi che intraprendo hanno in comune quella instabilità che desidero condividere.

 

Stiamo vivendo un anno molto particolare, minato dalle innumerevoli difficoltà connesse all’emergenza sanitaria tutt’ora in atto: che cosa è cambiato (se è cambiato) nel tuo lavoro?

Le difficoltà si sono create poco a poco e penso che siano più psicologiche che fisiche: il distanziamento sociale, l’obbligo dell’uso della mascherina, la non-vicinanza è una cosa che certamente può colpire. Vedere mascherine buttate per terra mi ha fatto capire quanto sono stata lontana da un ambiente ospedaliero, così come sicuramente al personale ospedaliero sarà sembrato strano vederle fuori dal contesto lavorativo, queste sono cose non site-specific. Il COVID  per me è POSITIVO, dal momento in cui sono rimasta senza materiali e ho cominciato a fare opere più frequentemente in maniera digitale, permettendomi di approfondire l’uso del digitale, che trovo meraviglioso poiché facilita la trasmissione dei messaggi in maniera rapida e semplice, oltre a mostrarci l’opera d’arte come una merce di consumo VELOCE.


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Courtesy of the artist

 

Parliamo del Nuovo Forno del Pane: come procede la tua esperienza come artista residente all’interno di questo centro di produzione interdisciplinare? Qual è la tua giornata tipo?

Il tempo, gestirselo in orario museo 8.30 -18.30 è stato molto faticoso; è stato difficile adattarsi a questo perché sono un gatto, abituata a lavorare e creare di notte, ma il Forno del Pane oltre ad essere uno spazio di creazione è anche e soprattutto uno spazio di costruzione di rapporti personali, infatti in questo periodo di lontananze il poter e “dover” condividere uno spazio con altri 12 artisti è una figata: siamo tutti molto diversi, quindi trovi in uno stesso spazio il tuo lavoro, la convivenza, le chiacchiere, l’arricchirsi degli altri (sempre rispettando le norme di sicurezza).

Negli spazi non c’è una divisione fisica ma mentale. Una linea gialla mi separa della mia vicina, ma questo non è affatto un problema, quando c’è bisogno di solitudine le cuffie fanno il loro lavoro, quindi siamo tutti chiusi nei nostri spazi quando le abbiamo alle orecchie, così gli altri sanno che non devono disturbare, quando te le togli sei pronto per un caffè al bar.

La mia giornata di solito comincia al mattino, lavoro al PC, un panino a pranzo o una schiscetta (a volte preparata da mia moglie hahaha) per poi riprendere il lavoro, sempre che non ci siano studio-visit. Ecco, questa è una cosa stupenda che mi ha dato il Forno: la possibilità di conoscere molta gente diversa nel mondo dell’arte. Beh il pane integrale dicono sia il migliore.


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Courtesy of the artist

 

A prescindere dalle complesse circostanze che hanno travolto le nostre vite negli ultimi mesi pensi che sia necessario, a livello locale e nazionale, incrementare l’istituzione di realtà e di iniziative a sostegno degli artisti come quella promossa dal MAMbo?

Sarebbe fantastico se a livello nazionale tanti musei facessero questo bellissimo progetto, se permettessero a noi artisti che lavoriamo a Bologna di avere uno studio dove creare e interloquire con altri artisti locali, sicuramente sarebbe stato stupendo poter trovare questa realtà in tutto il territorio nazionale. Senz’altro queste iniziative così immediate trovano un luogo ideale durante questa interminabile quarantena, ma dovrebbero essere pensate anche per un dopo, e cioè preoccuparsi del cosa ci sarà appena finita la residenza artistica, dando particolare attenzione al fatto che gli artisti torneranno a non avere uno spazio in cui creare, mettendo in difficoltà i progetti iniziati sei mesi prima.

 

A quale progetto e a quali collaborazioni stai lavorando durante il periodo di residenza negli spazi della Sala delle Ciminiere?

Innanzitutto lavoro al progetto multimediale che mi ha dato il 13° Spazio, con la curatela di Federica Patti. È un progetto che trova la sua nascita attraverso i social media, il motore di ricerca e l’algoritmo di Facebook, poi il risultato saranno molti sicuramente dei ritratti fatti digitalmente attraverso l’informazione che trovo su internet e quella che riesco ad escavare dalle persone che ritraggo, ma è un po’ una sorpresa.

Nel frattempo realizzo una serie fotografica intitolata Le tre grazie, attraverso l’utilizzo della fotografia a lunga esposizione; chiedo a diversi modelli di rappresentare se stessi, di collegarsi attraverso il movimento e quindi di rappresentare la bellezza vera e naturale che ci circonda, in tre pose diverse, ognuna di 10 secondi. La fotografia in bianco e nero ricorda l’analogica, così, togliendo la distrazione del colore, provo a coinvolgere lo spettatore dentro la fotografia, facendo attenzione ai dettagli del corpo e alle espressioni naturali. Questa serie non ha ancora uno spazio in cui essere presentata, ma è in piena ricerca.

Per la mostra digitale intitolata Trasmissione ho lavorato con delle maschere che ricreano pitture e bandiere come rappresentazione del nazionalismo, attraverso i filtri di Instagram, permettendo così la fruizione dell’opera come un gioco che oltre al divertimento fa diventare ogni volto l’opera stessa; sto poi lavorando ad un libricino che uscirà il prossimo anno, a cura di Alessandro Mescoli, in cui ci saranno i miei disegni Misteri Lussuriosi accompagnati da poemi inediti scritti da quattro diversi poeti italiani, in cui il sacro e il sadomaso si mescolano.


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Ph. Credits Luca Bolognese – Courtesy of the artist

 

Cosa porterai con te di questi mesi vissuti all’interno della comunità creativa del Nuovo Forno del Pane, a livello personale e professionale?

Questa è una domanda un po’ da regina, sai!? In realtà faccio fatica a dividere le due cose. Nella vita di un’artista il lavoro dipende dal proprio vissuto; abbiamo la gioia di creare grazie al pensiero “rimangiato” di ciò che ci accade, che guardiamo, e se siamo fortunati o abbiamo studio-visit positivi possiamo mangiare facendo soltanto arte.

Alla domanda riguardo cosa mi porto, potrei risponderti sicuramente la condivisione di tanti pensieri, tante nuove conoscenze, l’avere imparato a lavorare in uno spazio aperto circondata da gente che ti guarda, che ti interrompe e fa domande. All’inizio ero alquanto infastidita dall’idea che gli altri potessero guardarmi mentre lavoravo, ma adesso, dopo questa residenza, mi son resa conto che lo spazio te lo crei tu, che le barriere mentali sono più forti di quelle fisiche e quindi sta a me indossare la corazza o meno, mi porto la gioia di questa esperienza.


Per ulteriori informazioni visita il sito dell’artista, attiva anche su Instagram come @massielleza.

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