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Il Giardino dei Tarocchi di Niki de Saint Phalle | Passeggiare tra sogno e realtà

Sapevo che un giorno avrei costruito il mio giardino della gioia. Un piccolo angolo di paradiso. Un luogo di incontro tra l’uomo e la natura

 

Il Giardino dei Tarocchi è, senza ombra di dubbio, l’opera più complessa di Niki de Saint Phalle e anche la consacrazione del suo percorso artistico; lei stessa lo ha definito la sua impresa più importante, in cui ha investito tutte le sue energie per più di vent’anni. L’idea di costruire una sorta di universo personale, al riparo dal mondo esterno, attraversa la mente di Niki durante un viaggio a Barcellona, dove vede per la prima volta una delle opere che maggiormente influenzerà le sue costruzioni nel Giardino: il Parc Güell di Antoni Gaudì. Le forme piene, i colori sgargianti e pop, le linee sinuose del parco dell’architetto catalano folgorano Niki a tal punto che da quell’anno, il 1955, promette a sé stessa di realizzare prima o poi il suo personale “Giardino della Gioia”.

In quegli stessi anni, Niki entra a far parte del circolo dei Nouveaux Réalistes dove conosce e instaura una profonda e intensa storia d’amore con Jean Tinguely, che diventerà anche il suo più fidato collaboratore artistico. Da questo momento, tutta la produzione di Niki seguirà quella primaria suggestione spagnola fino ad approdare alla serie dei ventidue Arcani Maggiori del Giardino e lei stessa dichiarerà in più interviste che se le sculture del parco di Gaudì non le avessero consentito di tradurre i suoi sogni in realtà, probabilmente le sue fantasie ossessive avrebbero finito col farla rinchiudere in una clinica psichiatrica, vittima delle sue stesse visioni.


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Giardino dei Tarocchi – Foto d’archivio – ©Sara Cosimini

 

La costruzione del Giardino inizia nell’estate del 1979, ventiquattro anni dopo la visita a Barcellona, solo per un caso fortuito. L’occasione capita quando Niki si trova in Svizzera e ritrova un’amica fotografa conosciuta anni prima a New York, Marella Caracciolo, alla quale rivela il sogno di progettare un parco di sculture. Così, Marella le propone di rivolgersi ai suoi fratelli Nicola e Carlo che, dopo aver esaminato un primo modello del Giardino con pianta a ferro di cavallo, le propongono un sito di due ettari a forma semicircolare nella loro tenuta di Garavicchio situato nella Maremma toscana. La successiva visita personale dell’artista al colle, le conferma che il luogo è quello giusto: i dolci pendii si sposano perfettamente con il desiderio di costruire un posto appartato, lontano dalla gite turistiche di massa e invasive. La volontà di Niki viene riassunta dalle parole che essa stessa decide di collocare su un cartello all’entrata: «Il Giardino è un posto metafisico e di meditazione, un posto lontano dalla folla e dall’incalzare del tempo dov’è possibile assaporare le sue tante bellezze e i significati esoterici delle sculture. Un posto che fa gioire gli occhi e il cuore».

Aiutata da una piccola squadra di collaboratori fidati e da Jean Tinguely, l’artista inizia a costruire le mastodontiche sculture, alte tra i dodici e i quindici metri, ricoperte di mosaici a specchi, vetri pregiati e ceramiche, che rimandano sempre alla sua smisurata ammirazione verso Gaudì e il suo Parc Güell. Le opere si innestano tra i pendii come se fossero generate dal terreno e sembrano crescere di pari passo con la natura che le circonda. Niki stessa decide di immergersi totalmente in questo mondo onirico, scegliendo di vivere, per molti anni, all’interno della scultura che le è maggiormente cara: la Sfinge, conosciuta anche con il nome di Imperatrice. Non si tratta però di una semplice dimora; per lei la Sfinge si rivela un nume tutelare, un ventre divino nel quale si sente protetta da tutto e da tutti.


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Giardino dei Tarocchi – Foto d’archivio – ©Sara Cosimini

 

Niki condivide con altri ideatori di giardini, oltre naturalmente a Gaudì, alcuni aspetti della stessa concezione della natura. Come lei, nel 1552, Pier Francesco Orsini, ideatore del Sacro Bosco di Bomarzo, volle realizzare un mondo separato dalla realtà, una dimensione in cui regnasse il non sense e dove si celebrasse il confronto tra le capacità creatrici dell’uomo e della natura. Niki sente molta affinità anche con il Parco dei Mostri di Orsini e non manca di dedicare ad esso citazioni puntuali nel suo Giardino, come nella statua della Papessa, che presenta analogie indiscutibili con l’Orco di Bomarzo. Con Orsini, Niki condivide l’ispirazione, ma nelle forme, nella scelta dei colori e dei materiali dei rivestimenti delle sculture, resta fedele al parco di Gaudì, che lei stessa definisce uno shock.

Il Giardino subisce continue trasformazioni poiché le variazioni della luce e dell’ambiente, con l’alternarsi dei momenti del giorno e delle stagioni, si ripercuotono sulla superficie delle opere. Il parco risulta, grazie al naturale ciclo della natura, un work in progress, mai uguale a se stesso e in continua mutazione. La vegetazione mediterranea cresce spontaneamente contribuendo alla continua metamorfosi dello spazio: i profumi e i colori variano con le stagioni e conferiscono al parco la componente olfattiva che lo rende un’opera d’arte totale.


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Giardino dei Tarocchi – Foto d’archivio -©Sara Cosimini

 

La bellezza del Giardino sta anche nella sua fragilità: i rivestimenti in specchi e ceramiche si sono rivelati più delicati del previsto e l’équipe di Niki si occupa ciclicamente della manutenzione delle sculture, anche dopo la morte dell’artista, avvenuta nel 2002. La porta di accesso, progettata per volontà di Niki dall’architetto Mario Botta, con la sua forma austera e semplice, rappresenta volutamente una sorta di protezione dal mondo esterno per il suo universo fantastico. Alla fine, Niki è riuscita a realizzare il suo personale Giardino dell’Eden: un luogo fuori dal tempo dove potersi smarrire, ritrovarsi e anche tornare un po’ bambini, al riparo dal mondo esterno.


Scopri di più sul Giardino dei Tarocchi visitando il sito ufficiale.

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