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Fobia e vite parallele | Intervista a Cristina Rizzi Guelfi

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sostantivo femminile
“Vecchi fantasmi  in posa accanto alle finestre e riunioni di famiglia fra defunti. La sensazione è quella della paura e del disgusto, una normalità parallela, visibile da dietro il palco, da dentro una pellicola. La predisposizione per la luce o per le oscurità, la riluttanza alle cene di gala, la sterilità di pensiero, l’incongruenza delle azioni. Quasi tutti riusciamo a vivere alternando le piccole fobie senza cercare di avere il controllo, danzando in bilico, spalancando gli occhi su giornate da mettere in fila, segnando appuntamenti su agendine di pelle, distraendoci con il serial del lunedì, affidandoci a ormoni con contratti precari. Innocenti e rovinati su una parte di universo che si è steso per puro caso davanti ai nostri occhi sfatti. Viviamo così, come in un sogno pungente e doloroso, bello e fiorito, sgranato e cinematografico. Tutti quanti, zoppicanti e incerti, con il naso puntato in aria per sentir tre centesimi di meraviglia”.

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©Cristina Rizzi Guelfi – Courtesy of the artist

 

Cristina Rizzi Guelfi nasce in Svizzera e si avvicina alla fotografia da autodidatta, sperimentando digitale e analogico per mettere a fuoco un immaginario frammentato e ricomposto, per dar vita a storie che contengono altre storie attraverso l’obiettivo della macchina fotografica. I volti dei personaggi che vivono la trama delle sue “fotografie narrative” non si scorgono mai: avvolte nel mistero, figure femminili si lasciano travolgere dai fatti della vita, si fanno condizionare, ad esempio, dalle fobie che si affollano nelle loro menti o dal mondo di plastica e di estetica portata agli estremi nel quale oggi viviamo. L’artista, attualmente di casa nella magnifica Sardegna, ha esposto a Roma, Milano, Torino e Parigi; molti dei suoi scatti si trovano in giro per il mondo.

Il suo ultimo progetto fotografico si chiama, appunto, Phobia: la paura dell’acqua, di cadere, di volare interpretate in una serie di scatti dai colori vivaci capaci di rendere edulcorate quelle che dovrebbero apparire come situazioni di ansia e apprensione. Abbiamo chiesto a Cristina Rizzi Guelfi di raccontarci meglio questa serie, portata in mostra in occasione di Paratissima 2019.


Ciao Cristina, grazie per aver accettato di scambiare due chiacchiere con noi. Come ti sei avvicinata al mondo della fotografia?

Diciamo per caso. Volevo associare ai miei scritti delle immagini, ma alla fine ho preferito le immagini. Costruisco il mio lavoro pensando ad una specie di “fotografia narrativa”. Cerco sempre di pensare all’immagine come una storia all’interno di un’altra più grande, in cui tutti gli elementi possono essere teoricamente collegati. L’immagine diventa il frammento di una storia più ampia.

Qual è il tuo percorso formativo?

Sono autodidatta, il mio “metodo” di fotografia si basa sulla bizzarria del caso, incidenti durante la ricognizione ambulatoriale di siti e situazioni, sono il risultato di una coincidenza accidentale associata ad un’idea precisa nella mia testa.

Però per la mia passione per il cinema e registi come Lynch, Herzog, Wenders, Hitchcock, ho fatto un corso di regia.

Il tuo ultimo progetto fotografico si chiama Phobia: ci racconteresti di più?

E’ nata per caso, leggendo un elenco di fobie. Mi sono resa conto che l’uomo d’oggi sembra essere sempre minacciato da se stesso, da ciò che lo circonda, ma ancor più, dal suo intelletto. E questa multiforme alienazione porta al dramma dell’esistenza umana contemporanea, che vive sempre più nella paura. Ho voluto contrapporre questa “angoscia” con l’ironia e il colore delle fotografie associandole ad un testo più cupo e surreale.


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©Cristina Rizzi Guelfi – Courtesy of the artist


In questa serie la protagonista indossa una parrucca bionda; il suo viso non si scorge mai. Anzi, potremmo dire che in alcuni casi è proprio la parrucca a diventare soggetto stesso dei tuoi scatti. Qual è il motivo (se c’è) di questa scelta?

In quasi tutte le mie foto le protagoniste sono le parrucche, le uso in “sostituzione” del viso perché credo che quest’ultimo eserciti una forte influenza sul soggetto. La modella deve essere disimpegnata o assente perché vorrei che l’attenzione fosse rivolta verso i mondi interni della sua/mia immaginazione. È un modo per far vivere vite parallele che esistono nella mia fantasia.

Che importanza ha, nel tuo lavoro, il colore?

Il colore è importantissimo, sa trasformare qualcosa di apparentemente noioso e generico in affascinate, sa mutare un’atmosfera da normale in estemporanea. Il colore mi aiuta a creare contrasti strani e assurdi, sia attraverso la posa della modella sia attraverso l’ambiente circostante, per creare un collegamento con la realtà combinato con un soggetto bizzarro e indefinibile. Spesso nelle mie immagini cerco di catturare un’atmosfera senza tempo che non consente di individuare l’epoca, per ricreare una sensazione nostalgica ma contemporaneamente senza tempo, come il serbatoio di immagini culturali nel mio cervello.

Progetti per il futuro?

Continuare a fotografare, so che è una risposta generica, ma i miei lavori nascono all’improvviso dipende dalla giornata, quelli che ora ho in mente sono tutti “embrionali”.


Per ulteriori informazioni visita la pagina dell’artista, attiva su Instagram come @cristinarizziguelfi.

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