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FOTO/INDUSTRIA 2019 | Transumanesimo e rifiuti nelle riflessioni di Matthieu Gafsou e Yosuke Bandai

ZìrArtmag presenta Speciale Foto/Industria 2019: in occasione della IV edizione dell’unica biennale al mondo dedicata alla fotografia dell’Industria e del Lavoro ogni sabato – a partire dal 2 novembre  e fino al 23 novembre – verrà pubblicato un focus dedicato ad alcuni artisti in mostra a Bologna. Quest’anno Foto/Industria ha presentato un programma di 11 mostre e 11 luoghi: oggi vi raccontiamo quelle di Matthieu Gafsou e Yosuke Bandai.

Protagonista di Foto/Industria 2019 è il tema del costruire e l’indagare il complesso rapporto tra l’uomo e il pianeta. Gli artisti che scopriremo oggi scandagliano gli aspetti che riguardano il corpo e le scoperte scientifiche che lo hanno reso migliore ma anche meno umano e il rifiuto, uno scarto di cibo o di un qualsiasi materiale che da tale, grazie all’intervento dell’uomo, risorge a nuova vita.


MATTHIEU GAFSOU | H+
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MATTHIEU GAFSOU – Palazzo Pepoli Campogrande – 4.5.1 – © Matthieu Gafsou / Galerie C / MAPS (detail)

 

L’acronimo H+ fa riferimento al fenomeno del Transumanesimo, movimento che si occupa di indagare e migliorare le performance cognitive, fisiche e psichiche dell’essere umano attraverso l’uso dei mezzi tecnologici e della scienza. La mostra del giovane artista svizzero Matthieu Gafsou (nato a Losanna nel 1981) viene accolta nel maestoso Salone d’Onore della Pinacoteca Nazionale di Palazzo Pepoli Campogrande.

A prima vista, le fotografie sui loro supporti di colori sgargianti poco si sposano con gli affreschi seicenteschi che decorano il palazzo. Lo shock è il primo sentimento che colpisce appena si entra nella sala, che sembra quasi soffocata dall’imponente presenza dei monoliti che fungono da supporto alle fotografie. Appena l’occhio si abitua all’importante quantità di informazioni, iniziamo a vedere immagini che a prima vista sembrano quasi incomprensibili e disturbanti, ma non riusciamo ancora a capirne il motivo.

Le fotografie documentano i mutamenti che hanno interessato il corpo umano a partire dagli anni Ottanta, in seguito alla diffusione sempre maggiore dell’automazione. E improvvisamente capiamo cos’è che mette a disagio il visitatore: le fotografie raccontano il graduale processo di automazione del corpo umano che, con il progredire della scienza, diviene sempre meno umano e sempre più macchina; tutto ciò è accompagnato da un particolare accostamento di colori (i monoliti che sostengono le opere sono verde “chroma key”, il verde usato per la cinematografia), di illuminazione e dall’assenza totale di ombre; tutti elementi che contribuiscono ad evocare una dimensione di artificialità assoluta.

Le opere di Gafsou rappresentano un’indagine fredda e impersonale (artificiale!) della ricerca instancabile dell’essere umano per l’immortalità e per l’eterna giovinezza e il corpo, da elemento centrale e perfettamente funzionante, diventa solamente  un  mero tassello per questa indagine. Con le sue fotografie, l’artista ci mostra un mondo del futuro, quasi fantascientifico, fatto di cyborg, di corpi bionici, di protesi miracolose, di criogenia, dove l’essere umano non è più il centro della scena, ma solamente un mezzo per il progredire della scienza. Il Transumanesimo è una condizione assoluta che supera la mortalità e la fragilità del corpo umano e cerca di trasformarlo in un contenitore di informazioni senza più anima, rendendolo simile a un dispositivo digitale, una sorta di aggiornatissimo computer invincibile anche all’inesorabile avanzare del tempo.

 


YOSUKE BANDAI | A CERTAIN COLLECTOR B
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YOSUKE BANDAI – Museo della Musica – Senza titolo (detail) 2016 – © Yosuke Bandai. Courtesy of TARO NASU, Tokyo

 

Yosuke Bandai nasce a Tokyo nel 1980. Artista poliedrico e multidisciplinare, Bandai è in grado di estendere la sua indagine dalla fotografia, suo medium prediletto e suo principale linguaggio espressivo, al cinema e alla scultura. A Certain Collector B è un esempio perfetto di questo approccio libero e diversificato dell’artista ai vari medium: si tratta di un progetto ideato nel 2016 formato da 70 immagini, disposte su una grata metallica di forma circolare in una maniera che ad un primo sguardo può apparire casuale.

La mostra, ospitata in una piccola sala del Museo Internazionale e Biblioteca della Musica, è il risultato di un processo molto più articolato; infatti, le immagini che vediamo appese non sono fotografie ma scanner. Questo è il punto focale della ricerca: come un accumulatore compulsivo, Bandai inizia a raccogliere per strada rifiuti, pezzi di plastica e materiali destinati inesorabilmente a degradarsi e scomparire (perfino resti di insetti) o finire nella spazzatura e li sottrae allo scorrere del tempo. La scannerizzazione rende tutto questo processo ancora più radicale, poiché rende questi frammenti eterni, sottratti all’inevitabile deterioramento a cui ogni oggetto è sottoposto. Il risultato di questa operazione è una specie di catalogo ordinato e razionale: un archivio destinato a resistere per sempre.

Quando lo spettatore si ritrova in questo spazio etereo si trova non di fronte alle opere, ma in mezzo ad esse; la loro disposizione enfatizza la serialità del processo iniziale di ricerca dell’autore, suggerendo la possibilità di una sua prosecuzione all’infinito. Dal centro dello spazio concavo è visibile ogni singolo elemento di questa ricerca seriale, anche se un po’ a fatica, dal momento che alcune immagini sono appese in alto. Le immagini così disposte sembrano guardare il visitatore che da spettatore diventa così oggetto della ricerca.

Gli oggetti di Bandai riflettono uno dei bisogni primari dell’uomo, ovvero quello di costruire, di assemblare non importa cosa; ciò che importa è che il gesto sia presente. In questo caso si tratta di oggetti inutili, di rifiuti cristallizzati in uno scanner che grazie all’intervento dell’artista vivranno per sempre in una forma alterata ma migliore della precedente perché eterna. I soggetti delle opere non sono immediati, il visitatore è obbligato ad avvicinarsi ai quadretti, anche perché molto piccoli. E da vicino appaiono oggetti assemblati che più che rifiuti sembrano dei curiosi totem avvolti in un’aura di mistero e di ieraticità. Lo scopo della ricerca di Bandai è compiuto: donare una vita completamente nuova e artificiale a oggetti altrimenti destinati a scomparire a causa del naturale processo di decomposizione.

 


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