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FOTO/INDUSTRIA 2019 | Uomo e natura nelle opere di Armin Linke, Délio Jasse e Stephanie Syjuco

ZìrArtmag presenta Speciale Foto/Industria 2019: in occasione della IV edizione dell’unica biennale al mondo dedicata alla fotografia dell’Industria e del Lavoro ogni sabato – a partire dal 2 e fino al 23 novembre – verrà pubblicato un focus dedicato ad alcuni degli artisti in mostra a Bologna. Quest’anno Foto/Industria ha presentato un programma di 11 mostre e 11 luoghi: oggi vi raccontiamo quelle di Armin Linke, Délio Jasse e Stephanie Syjuco.

All’interno della Biennale ogni autore, a seconda della sua ricerca, si interroga sul tema del costruire e della tecnosfera. Il percorso che affronteremo oggi è una riflessione che guarda al futuro dal punto di vista sociale, politico e umanitario.


ARMIN LINKE | PROSPECTING OCEAN

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ARMIN LINKE – Biblioteca Universitaria di Bologna – Innalzamento del livello del mare al villaggio Kulili, Plantation, Isola di Karkar, Papua Nuova Guinea, 2017 (detail). © Armin Linke 2018

 

Quello di Armin Linke, fotografo e videomaker, è un lavoro che studia le metamorfosi e le trasformazioni naturali o artificiali che incidono profondamente sul paesaggio e il territorio urbano in cui viviamo. La sua è una ricerca di immagini che mostra l’uso che l’uomo fa della tecnologia, come strumento per modificare la superficie terreste per soddisfare le sue richieste.

Prospecting Ocean, il suo progetto più recente, è frutto di una ricerca durata tre anni, che studia i fondali oceanici e ci guida alla scoperta di costruzioni nascoste agli occhi dell’uomo, al centro di intrighi geopolitici su scala universale.

Commissionato da TBA21-Academy, Prospecting Ocean è stato mostrato al pubblico per la prima volta nel 2017 a Venezia, presso l’Istituto di Scienze Marine del Consiglio Nazionale delle Ricerche, e culminerà, alla fine del 2019, con la pubblicazione del libro sul progetto edito da The MIT Press.

La mostra è stata allestita all’interno dell’Aula Magna della Biblioteca Universitaria, sala maestosamente arredata con scaffalature d’epoca che conservano libri su due piani, sulla cui sommità si affacciano busti di uomini illustri della cultura antica. Un ambiente che, unitamente all’uso sapiente dell’illuminazione, contribuisce a rendere il percorso dello spettatore come un’intima scoperta, quasi stesse silenziosamente leggendo un libro che apre lo sguardo su una realtà nascosta e ancora poco conosciuta.

Una serie di teche lungo la sala conservano video interviste, documenti e foto che testimoniano lo sfruttamento delle risorse marine e come siano gestiti i fondali di tutto mondo.

La visita è accompagnata dal suono delle parole di scienziati, tecnici ed esperti i cui interventi sono proiettati su un grande schermo alla fine della sala che è preceduto da altre piccole postazioni, in cui è possibile ascoltare, con apposite cuffie, un programma video di quattro ore su altri materiali raccolti dall’artista.

Le immagini e i video sono stati realizzati grazie a speciali veicoli sottomarini a controllo remoto e altri strumenti tecnologici che sono serviti a Linke nel suo tentativo urgente di documentare le profonde metamorfosi che l’uomo causa al paesaggio urbano e naturale.


DÉLIO JASSE | ARQUIVO URBANO

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DÉLIO JASSE – Fondazione del Monte – Palazzo Paltroni – Sem valor, 2019 (detail). Courtesy of the artist and Tiwani Contemporary

 

Nato a Luanda, in Angola, nel 1980, Délio Jasse ha dedicato i suoi ultimi lavori alla sua nazione d’origine. La sua ricerca artistica esplora il collegamento tra fotografia e memoria come indagine di quelle che chiama “immagini latenti”, per questo spesso crea nelle sue opere trame attraverso l’utilizzo di tracce di vite passate, foto di passaporti, album di famiglia.

Sebbene la fotografia sia il punto di partenza per le sue ricerche, i suoi lavori nascono grazie a diverse tecniche e sperimentazioni, attraverso l’uso di metodi di stampa analogici come la cianotipia, la stampa al platino o l’antico processo Van Dyke Brown fino a sviluppare anche delle tecniche di stampa personali.

In occasione della Biennale di Foto/Industria, Délio Jasse ci racconta la storia della Luanda, capitale dell’Angola, una tra le metropoli africane con il più alto tasso di crescita.

La mostra, Arquivo Urbano, allestita nella sede della Fondazione del Monte all’interno di Palazzo Paltroni, si divide in tre sale corrispondenti alle tre serie presentate per l’occasione Sem Valor, Arquivo Urbano e Darkroom.

All’interno della prima sala Sem Valor, sono esposte una serie di immagini realizzate dall’artista tra il 2013 e il 2018. Le opere, di grandi dimensioni, sono il risultato di un lungo processo di stampa a mano di fotografie debitamente scelte dall’artista, in cui sono state timbrate sopra delle parole con la foglia d’oro. Si crea, così, un forte contrasto visivo tra il monocromo delle immagini e l’oro delle scritte, che ben si accorda all’urgenza del messaggio. Invece, viene lasciata a noi l’associazione da trovare tra le parole e le immagini sotto di esse.

La seconda e la terza sala utilizzano, in modo differente, la sovrapposizione di fotografie in trasparenza. Nella seconda sala viene presentata Arquivo Urbano, una serie di fotografie di architetture stampate su un film di acetato trasparente ognuna delle quali composta da due foto sovrapposte, così da creare un agglomerato di edifici che regalano un effetto tanto tridimensionale quanto straniante.

All’interno della terza sala, la Darkroom, quattro dispositivi proiettano alcune diapositive raffiguranti diverse architetture. Due dispositivi proiettano rispettivamente sulla parete di destra e di sinistra, invece, gli ultimi due, proiettano entrambi sulla parete centrale. Uno serve a riprodurre l’immagine fissa di una chiesetta, mentre il secondo dispositivo ne proietta sopra altre foto, creando ancora una volta un gioco di sovrapposizioni basato sul concetto di immagini e memorie.

Il fulcro dell’intera mostra è la crescita fuori controllo di Luanda che porterà la capitale angolana a  diventare una delle più grandi megalopoli mondiali entro il 2030.


STEPHANIE SYJUCO | SPECTRAL CITY

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STEPHANIE SYJUCO – MAMbo – Spectral City, 2018, Video, tecnologia digitale 3D / 3D digital (detail). © Stephanie Syjuco. Courtesy of the artist and RYAN LEE Gallery, New York

 

A chiudere questo breve percorso, vi proponiamo la mostra di Stephanie Syjuco allestita nella sala del MAMbo, Spectral City, che in qualche modo sembra proiettarci in una possibile visione futura del mondo, aprendo la strada a diversi spunti e riflessioni sull’oggi e il domani.

Nata nel 1974, Stephanie Syjuco ha sviluppato un linguaggio artistico basato principalmente sulla co-creazione e l’interazione con il fruitore. Per questo, le sue opere sono spesso costituite da grandi installazioni che invitano lo spettatore ad una partecipazione diretta dell’opera.

In questa occasione, Stephanie Syjuco propone un’indagine sul costruire secondo una proiezione futuristica.

La mostra è costruita sul confronto fra due video che mostrano due realtà fisiche uguali ma lontane nel tempo: da una parte, la San Francisco del 1906, presentata attraverso un piccolo schermo dalla riproduzione di A Trip Down Market Street, uno dei film più importanti dei Miles Brothers, pionieri del cinema muto, dall’altra, una gigantesca video proiezione di una San Francisco del futuro.

I due video ripercorrono lo stesso tragitto, nel centro di San Francisco, dalla 8th Street fino all’Embarcadero da cui partono i traghetti.

Il primo, A Trip Down Market Street, è un video di 13 minuti che racconta il viaggio fedele della cinepresa montata sulla cable car che attraversa il centro come se stessimo passeggiando tra il traffico in carrozza nella San Francisco del XX secolo.

Il secondo, riprodotto sull’intera parete di fronte al piccolo schermo, come fosse il passato stesso a proiettarci in quel futuro, Spectral city, il video della Syjuco che, contemporaneamente, ci accompagna lungo lo stesso percorso ma in una San Francisco irriconoscibile.

Spectral city ripercorre il percorso del film dei Miles Brothers attraverso il software di Google Earth registrando fedelmente il paesaggio generato dal modello e dagli algoritmi di ricostruzione di Google, cosicché distorsioni, elementi di disturbo e persone siano cancellate e sostituite da enormi blocchi in stile Minecraft che camminando si disintegrano e ci permettono di attraversarli.

Così come A Trip Down Market Street, girato pochi giorni prima del terremoto che danneggiò gravemente gli edifici e i monumenti della città, diventa un prezioso documento storico del passato, lo spettatore viene proiettato in un futuro desolato, in cui uomo e natura sembrano essersi disintegrati.

La fruizione dell’opera lascia molte riflessioni, un discorso aperto sul futuro dell’uomo, ci lascia la sensazione di una connessione tra la calamità naturale che ha distrutto una città e la trasformazione del tessuto urbano che l’uomo ha già messo in atto e di cui non si conosce il futuro.


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