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Comunicare l’incomunicabile | Intervista a Nico Mingozzi

Le opere di Nico Mingozzi catapultano lo spettatore in un universo fatto di storie celate, di silenziosa introspezione e di emozioni contrastanti, in lotta perpetua. L’artista, nato a Portomaggiore (FE) nel 1976, colleziona ritratti fotografici realizzati tra Ottocento e Novecento che ricerca assiduamente nei mercatini e nei negozi d’antiquariato selezionandoli con minuziosa perizia. Queste fotografie dai contorni incerti costituiscono la base delle sue riflessioni, il luogo in cui con decisa e violenta azione fa emergere quanto si nasconde nell’animo degli effigiati, andando oltre le apparenze.

Nico Mingozzi lacera i corpi e solca i volti degli ignari protagonisti agendo direttamente sulla carta fotografica, trattandola alla stregua di carne e viva epidermide, graffiandone la superficie, strappandola e ricucendone i lembi. De-costruisce l’integrità dei volti cancellandone le peculiari fattezze, frammentandoli e ri-assemblandoli, conferendogli nuove, macabre, forme. Le immagini, melanconiche e di grande impatto visivo, raccontano spesso l’idea di oscure essenze dell’essere e parlano di stati d’animo repressi, dell’inconscia paura della morte, di recondite pulsioni e surreali visioni.

Vincitore del Premio “Arte” Mondadori (2011), l’artista emiliano ha visto i suoi lavori protagonisti di numerose mostre personali e collettive in giro per il mondo e ha partecipato ad importanti fiere ed eventi di arte contemporanea, tra cui ricordiamo la Stroke Art Fair a Monaco, SetUp Contemporary Art Fair a Bologna, Fotofever a Parigi, Affordable Art Fair – AAF a Milano e Photo Basel a Basilea.

In questa breve ma intensa intervista gli abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa di più sulla sua carriera e sul suo modus operandi, sui progetti in corso e su quelli futuri.


Ciao Nico, grazie per aver accettato di scambiare due chiacchiere nel salotto di ZirArtmag.

Raccontaci un po’ di te: qual è stata la tua formazione e quale il tuo primo approccio con il mondo dell’arte?

Ciao, grazie a voi per l’invito.

Ho frequentato l’Istituto d’Arte a Ferrara, senza aver ancora ben chiaro cosa avrei fatto “da grande” ma già con un forte interesse per il mondo dell’arte e per tutto ciò che si presenta come manifestazione dell’ingegno umano.

Ci sono artisti del passato (o del presente) da cui trai ispirazione?

Le mie ispirazioni sono molto varie e spaziano da artisti come Bosch ai Simbolisti di fine ‘800, fino ad artisti contemporanei come Joel Peter Witkin.


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Nico Mingozzi, Senza Titolo, 2015, tecnica mista su stampa fotografica

 

Oltre alle tante mostre personali e collettive hai partecipato a numerose fiere ed eventi internazionali: tra questi ce n’è qualcuno che consideri sia stato estremamente significativo per te e per la tua carriera o al quale ti senti particolarmente legato?

Fra gli eventi ai quali mi sento particolarmente legato, ricordo Zona Maco Foto a Città del Messico con la galleria torinese Raffaella De Chirico Arte Contemporanea, per il forte impatto con il pubblico e perché sono rimasto molto colpito dalla cultura messicana e dal loro particolare rapporto per il macabro. Un’altra mostra alla quale tengo molto è Tattoo. L’arte sulla pelle al Mao di Torino perché in questa occasione ho potuto confrontarmi con artisti di livello internazionale.

Le tue opere sono realizzate su stampe fotografiche d’epoca che reperisci nei mercatini e nei negozi d’antiquariato. Quanto peso assume questo fattore all’interno dell’opera finita?

Questo fattore è parte integrante del lavoro, che comincia da una scelta …


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Nico Mingozzi, Senza Titolo, 2016, tecnica mista su stampa del primo Novecento

 

Trattandosi di sconosciuti questa domanda sorge spontanea: pensi mai alle storie che si celano dietro gli sguardi delle persone ritratte? Ma soprattutto, queste influiscono sul risultato finale?

Assolutamente si, perché sono i volti e gli sguardi che incontro in queste fotografie a raccontarmi una storia che poi emerge in maniera istintiva attraverso i miei interventi.

Dopo il tuo intervento i volti e i corpi degli effigiati appaiono frammentati, surreali, carichi di inquietudine, specchi dell’Io o di una introspettiva essenza dell’essere. Su quali punti saldi verte la tua ricerca?

La mia ricerca verte principalmente sul tema della comunicazione e anche della incomunicabilità di certe emozioni attraverso i canali tradizionali. In generale lavoro sui temi della violenza, della diversità e sugli abusi che ognuno di noi subisce ogni giorno più o meno inconsapevolmente.


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Nico Mingozzi, Senza Titolo, 2016, tecnica mista su stampa del primo Novecento

 

In che modo agisci sulle fotografie? Ci sono particolari strumenti o materiali che prediligi utilizzare in corso d’opera?

Le tecniche che prevalentemente utilizzo hanno un forte richiamo alla violenza, come strappi, tagli, sangue, inserti metallici, bruciature.

Le tue opere sono di grande impatto visivo ma, al contempo, ci pare di comprendere che esse celino più d’un significato, a seconda di come e di chi le osserva. Quanto conta la comunicazione all’interno del tuo operato?

Ho iniziato a fare questi lavori istintivamente, quasi come in un dialogo silenzioso con me stesso. Poi mi sono accorto del forte impatto che avevano sugli altri, e che ognuno dava un proprio significato anche molto diverso dal mio, e ciò mi ha spinto a continuare consapevole dell’importanza che la comunicazione ha in ambito artistico.

Lavori in cantiere o progetti futuri?

A breve uscirà una importante raccolta di immagini curata dalla galleria modenese D406, in collaborazione con altre gallerie. In autunno ci saranno due mie personali, una a Città del Messico con la galleria Raffaella De Chirico Arte Contemporanea, ed una a Berlino con la galleria Luisa Catucci.


Per ulteriori informazioni visita la pagina dell’artista, attivo su Instagram come @nmingozzi.

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