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Raccontare per immagini | Conversazione con Alessandro Sanna

Ho capito nel tempo che la pittura che mi interessa, l’arte che mi interessa in tutte le discipline, è quella necessaria | Alessandro Sanna

 

Raccontare storie per immagini è un processo che richiede cura e dedizione: molto spesso i concetti e gli argomenti da veicolare mediante l’illustrazione sono spinosi, bitorzoluti, difficili da spiegare anche avendo a disposizione un milione di parole. Ma non esistono parole nei libri di questo illustratore dalle mani decise, veloci e chiare nell’esecuzione. Le immagini di Alessandro Sanna – vincitore di tre premi Andersen per Hai mai visto Mondrian? (2006), per la categoria miglior illustratore (2009) e per Fiume lento (2014) – costringono a riflettere. Sono familiari e vicine a chiunque, dai toni morbidi e dall’aspetto rassicurante. Raccontano storie dalla valenza universale, e sono frutto dell’immediato gesto dell’artista, che procede senza schizzi preparatori utilizzando direttamente l’acquerello steso a grandi pennellate.

Sanna lavora con l’acqua, con il medium più imprevedibile e incontrollabile che esista; aggiunge e sottrae il colore con la maestria tipica di chi vive immerso nell’arte. Nato a Nogara nel 1975 si occupa di pittura e illustrazione collaborando con numerose e importanti case editrici in veste di autore e illustratore; come docente organizza workshop, corsi e laboratori. In occasione di Mare di Libri – il Festival dei Ragazzi che leggono ideato da Alice Bigli e Beatrice Masini, ha presentato il suo ultimo libro: la manifestazione ha visto la partecipazione di circa 100 ragazzi tra gli 11 e i 18 anni che, come volontari, sono stati protagonisti di una full immersion lunga tre giorni tra eventi, letture, dibattiti e incontri con gli autori. I ragazzi di Mare di Libri  sono stati anche quest’anno l’anima della manifestazione, a riprova del fatto che la lettura può essere momento di condivisione e che gli adolescenti – veri e propri vulcani di idee – hanno voglia di partecipare attivamente, esprimendo le proprie opinioni e appassionandosi in tutte le forme possibili.

Durante la giornata di domenica, poco prima che Sanna incontrasse i ragazzi, abbiamo avuto modo di  farci raccontare meglio la sua storia e il suo approccio al mondo dell’arte.


Un video per comprendere il modus operandi dell’artista. Alessandro Sanna dipinge durante un evento a New York:


A tu per tu con l’artista

 

Ciao Alessandro, grazie per aver accettato di fare due chiacchiere con noi.

Sappiamo che sei autore, illustratore e anche docente. Hai seguito fin dall’inizio la strada dell’illustrazione o, in caso contrario, quali sono stati i tuoi primi passi nel mondo dell’arte?

È quello che dirò oggi ai ragazzi, perché mi sembra la scelta migliore parlare proprio di quando è nata la fiamma. Da piccolo non ero particolarmente portato per la scuola; ero invece portato per stare fuori, per giocare e fare sport. Facevo qualsiasi cosa: dovevo usare il corpo, insomma, e poco la testa (che poi quando si usa il corpo non è vero che non si usa la testa, anzi!). Diciamo che in me c’era qualcosa che aveva a che fare con la contemplazione delle cose ma non attraverso i libri, perché non mi sono stati messi in mano. Li ho incontrati dopo.

Andando alle scuole medie ho visto che c’era un insegnante che non era bravo ad insegnare (era molto austèro), però era bravissimo a fare gli acquerelli. Ho alzato gli occhi verso quello che stava facendo e mi sono detto: beh, anche io voglio fare così!

È stata molto semplice come cosa, e da li è cominciato proprio tutto. Ho scoperto la storia dell’arte e il dubbio su che cosa voglia dire fare l’artista, fino ad arrivare a non chiedermelo più. Ci sono state delle persone – come la mia professoressa illuminatissima – che mi hanno preso dal mazzo perché se no mi sarei perso per strada. Lei [la professoressa, ndr.] mi ha sempre detto: «Devi fare una scelta: o vai sulle arti applicate o vai sull’arte cosiddetta più di concetto filosofico» e io questa cosa qui l’ho sempre combattuta. Mi sono detto: no, non c’è da fare una scelta precisa, anche se dopo l’ho fatta. Mettere insieme le cose è sempre stata la mia prerogativa, il mio sentirmi abbastanza libero di poter prendere l’arte popolare o il disegno che ha a che fare con l’arte applicata, il fumetto, l’illustrazione o la pittura. Resto sempre meravigliato quando vedo la pittura, quella che qualcuno direbbe “istituzionale”. Comunque per me non c’è mai niente di banale, come quando vedo una striscia di Linus o di Corto Maltese e provo la stessa emozione.

Il mio punto di partenza è stata la pittura però nel frattempo ero assolutamente attirato da tutto quello che era il mondo del fumetto e dell’illustrazione.

Qual è stata la tua formazione?

Ho fatto una scuola d’arte in un paese dove c’era proprio da resistere, perché era tutto contro la bellezza e la curiosità di fare, contro qualsiasi tipo di energia propositiva e creativa. Quindi, se sono arrivato invece a fare delle scelte, a combattere, è perché avevo qualcosa dentro. C’erano tutti i presupposti per abbandonare qualsiasi interesse nell’ambito artistico perché ero veramente in un ambiente arido. Però forse è li che è nata la vera forza, quella che mi ha sostenuto.

Ci sono dei maestri del passato (remoto o più recente) che ti hanno insegnato qualcosa o dai quali trai ispirazione?

Potrei fare un libro sulle ispirazioni e sui maestri: una grande lista solo di nomi, magari in base all’ispirazione o al maestro più importante, ma questi cambiano, cambiano posto. Alle superiori, quando venivo interrogato in storia dell’arte, mi potevo alzare e fare dei monologhi di 40 minuti. Avevo questa avidità: intanto di conoscere proprio la storia dell’arte, e poi anche quello che ha mosso gli artisti nel cambiare le cose. Quindi mi andavo a leggere le biografie, le storie, sia di quelli classici che di quelli moderni, fino ad arrivare a capire che potevo parlare di Andy Warhol e di Piero della Francesca nello stesso discorso. Questo la professoressa l’ha sempre visto come una cosa che andava oltre il percorso scolastico: era una mia passione, proprio come uno può avere una passione per lo sport. Se tu chiedi a uno che va male a scuola di parlarti di calcio, lui te ne parlerà in maniera precisa e scientifica. Ecco, io ero lo stesso. Non sapevo – e non so ancora adesso niente di calcio – ma ti posso parlare di artisti, fare delle concatenazioni, metterli insieme e ragionare su quello che è stato fatto. Ecco, questa cosa l’ho sempre avuta.

Le storie dei tuoi libri vengono raccontate per immagini: come nasce un tuo racconto?

Ogni volta nasce in maniera diversa. Ci sono tanti modi: c’è quello della cosiddetta committenza, cioè [il caso in cui, ndr.] un editore ha un’idea e un contesto nel quale agiscono degli autori. Parliamo delle collane che già esistono e che hanno bisogno di chi fa le immagini perché c’è già chi ha fatto il testo e, questo, mi capita spesso.

Quando faccio i miei libri come autore parto da ragionamenti che non sono molto concreti; partono tutti dal fare, nel senso che io sto sul mio tavolo con gli  strumenti e sono questi che, a seconda di come riesco a farli muovere, mi danno la possibilità di pensare che potrei affrontare un determinato tema. Diciamo che il discorso della memoria personale, delle storie che ho sentito e che ho vissuto entrano direttamente nelle mie mani. La mia mente è abbastanza birichina, perché prova sempre a mettere in discussione le certezze, le sicurezze o le cose che ho capito o che penso di aver capito; le mie mani, invece, provano a dire «guarda che si può fare in un’altra maniera» e la cosa forse più intelligente che riesco a fare è lasciar fare alle mani. Questo vuol dire che a volte un gesto, a volte uno sbaglio, a volte degli errori mi segnano la strada.

Quindi è un po’ come se fosse l’atto creativo il momento in cui tutto prende forma.

Si, ci sono anche delle volte che magari ho delle idee abbastanza precise. Come nel caso di Fiume Lento, un libro sul fiume Po. È un fiume che ho sempre visto, fin da quando sono nato, però non mi è mai venuto in mente di mettermi lì e fare delle immagini, perché le ho sempre viste come qualcosa – se posso dirlo – di banale. Quando ho iniziato a fare le prime tavole del fiume pensavo di fare un discorso molto limitato, personale, quasi locale. Ma mentre lavoravo qualcosa mi diceva che stavo facendo un discorso più ampio e alla fine, quando il libro è uscito, la risposta è stata assolutamente affermativa, perché il libro è stato venduto anche negli Stati Uniti. Un libro che parla di qualcosa che ho visto nella mia piccola provincia ha destato l’interesse di un editore americano perché, forse, le mie immagini facevano un discorso più esteso.

Per le tue illustrazioni utilizzi solo la tecnica dell’acquerello?

Il discorso tecnico è sicuramente molto importante. Per fare i miei libri lo metto sempre ai servizi di un contenuto: in alcuni casi sono molto – non completamente – nerd delle tecniche.

Anche a scuola gli studenti che hanno dai 19 fino ai 26-27 anni sono sempre tutti concentrati sui segreti della tecnica. Io gli dico: «guardate ragazzi che siete fuori fuoco, non sta lì la cosa!», nel senso che la tecnica – come nella fotografia, nel cinema, nella musica – è importante perché ti serve, ma devi avere un contenuto.

Sei qua, oggi, per presentare il tuo ultimo lavoro. Cosa ci puoi dire di questo libro che si intitola: Come questa pietra. Il libro di tutte le guerre?

Ovviamente più di tanti miei libri questo presenta una di quelle parole che spesso viene vista in maniera dispregiativa. Parliamo di ambizione di dire delle cose che sono molto importanti: il ragionamento non è stato quello di preoccuparmi di raccontare la storia delle guerre, altrimenti non avrei mai cominciato. Si tratta di un libro che parla della storia dell’uomo in maniera visionaria, dove ogni pagina è stata – da una parte – improvvisata. Mi sono lasciato trasportare da un’idea quasi teatrale, cinematografica, di costruire delle sequenze per raccontare una storia senza le parole: questo mi ha permesso anche di dire delle cose che difficilmente riesci a dire con le parole perché rischiano di diventare banali, sterili. Con le immagini invece hai modo di dire una cosa, ma poi [l’interpretazione, ndr.] dipende dagli occhi di chi guarda.

Nel libro vengono illustrati in qualche modo quelli che sono stati i metodi e gli strumenti per fare le guerre?

Si, ma anche l’uomo all’interno del paesaggio dove questi conflitti si sono svolti, che è forse la cosa che balza più all’occhio. Tutte queste scene sono state realizzate come una sorta di canovaccio per fare qualcos’altro: uno spettacolo teatrale, di danza, o magari un film d’animazione.

Diciamo che potrebbe essere identificato come un primo risultato ma anche come un nuovo inizio?

Un po’ tutti i miei libri sono così: sono pensati e fatti come degli strumenti per iniziare delle cose a discrezione del singolo come di un gruppo. Questo, forse, perché vengo dal libro illustrato per bambini, in cui è fondamentale creare degli strumenti per fare degli incontri, dei ragionamenti, delle scintille che possono essere spunto per i bambini per lavorare su determinati temi. Io vengo da lì, da un modo di fare libro che è di per se uno strumento e mai qualcosa di chiuso.

Dipende tutto dal lettore insomma, da quanto si concentra e si dedica a scavare all’interno del libro.

Si, ed è qualcosa che forse va un po’ contro corrente. Lo dico in maniera anche ironica che, spesso, nei libri troviamo degli stratagemmi: mi scuso per questa brutalità, ma mi riferisco a stratagemmi a livello commerciale, per dar delle soluzioni facili su dei temi anche molto importanti. In questo caso qui forse poteva essere facile andare a risolvere le immagini in una maniera moto più immediata, invece il lettore prende il libro e si chiede come mai gli parli di guerra. Se ne sa un po’ e se ha fatto un minimo di scuola capisce che forse nel titolo ci può essere un riferimento alla poesia di Ungaretti; ma si tratta di un pretesto, perché in verità il tempo della prima guerra mondiale nel libro è pari a due pagine su 180.

Ci sono tante domande alle quali io stesso non posso rispondere: ho fatto io il libro però so che molte risposte non sono solo mie, non sono io quello che può dare le risposte più forti e più sincere. Quello dell’autore è un punto di vista, resta fondamentalmente un tramite e il lettore è il vero alchimista, prende gli ingredienti per trasformarli e farli diventare ciò che vuole.

Progetti futuri (mostre, workshop)?

Ma si, quelli ci sono sempre. Un nuovo libro è sempre qualcosa che ha a che fare con delle richieste che vengono fatte nel tempo; in questo caso prevedo un tempo lungo, perché più di altri miei libri questo è qualcosa che sento che avrà delle risposte – anche fuori dall’Italia – visto che è già stato venduto all’estero. Diciamo che ogni volta che esce un libro questo mi porta a fare incontri e workshop.


Per ulteriori informazioni visita la pagina dell’artista, attivo su Instagram come @alessandrosannaofficial.

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Ringraziamo il Team di Mare di Libri – e in particolare Linda A. Terrafino (Responsabile dei volontari) e Anna Casadei (Responsabile Ufficio Stampa) per averci ospitati durante il Festival e aver reso possibile l’incontro con Alessandro Sanna.


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